Le Lega nel futuro: ripartire dai sindaci, non dagli slogan


Mentre viviamo una fase di “distruzione creativa”, la vera forza della Lega resta il radicamento locale

È un inizio estate di passione per la Lega e per noi che le vogliamo bene. “Rivoluzione Lega”, titolava la prima pagina di Libero di venerdì 5 giugno.

Sono trascorse due settimane, passando attraverso una “vivace” seduta del Consiglio Federale della Lega, quotidiane rassegne stampa, retroscena a profusione.

Tutto per ritrovarci ancora con quella parola “rivoluzione”, a corollario della descrizione di una fase politica interna descritta come di “distruzione creativa”.

Copyright di Massimo Garavaglia, in una breve intervista pubblicata ieri su Repubblica.

«Una rivoluzione, ogni tanto ci vuole e adesso ci sarà, è nell’interesse di tutti. Soprattutto di Matteo Salvini».

Massimo Garavaglia su Repubblica

Frasi nette e decise, che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione. Il clima è questo qui. La discesa in campo di Zaia, insieme agli altri governatori, da mesi in silenzioso pressing per spingere a un cambio di rotta, è il segnale che da qui al 2027 la Lega vuole tornare ad essere protagonista. Significa che in via Bellerio non ci si rassegna al declino dei sondaggi. E questa è una notizia positiva. Il quando e il come è tutto però ancora da scoprire e appare non poco complicato da definire.

QUALE SPAZIO POLITICO CI LASCIA IL TRADIMENTO DI VANNACCI?

Cominciamo a mettere in fila le cose certe, i dati di fatto. Il Congresso di Firenze, che sancì l’ingresso ufficiale del Generale Vannacci ai vertici della Lega, con la sua nomina a vice Segretario Federale, è ormai inevitabilmente consegnato alla storia. Vannacci se n’è andato, inseguendo il sogno di creare da solo un partito di estrema destra in Italia.

La traiettoria che il generale ha impostato fin dal suo esordio in politica portava a questo epilogo, così come credo che in futuro porterà a una sua corsa solitaria alle politiche 2027, fuori dal centro destra, con l’idea di capitalizzare un’intera legislatura (che non per forza durerà cinque anni) dai banchi dell’opposizione.

Tutto questo costringe la Lega a una riflessione e, probabilmente, a una scelta non facile.

È ancora utile contendersi con Vannacci quello spazio politico, a destra della Meloni, che rischia di risultare molto affollato e per di più con risicati margini di manovra? La situazione di oggi, sia nei sondaggi che nelle urne, pone seri dubbi sulla possibilità di competere a destra della Meloni.

SIAMO SOTTO IL CONSENSO DEL 2017, ANNO DELLA CANCELLAZIONE DEL NORD

Questa è la fotografia dell’andamento del consenso, rilevato dai sondaggi dal 2017 a oggi, che ho voluto ritracciare in questo grafico.

sondaggio

Il 2017 non è una data a caso nella lunga storia della Lega: fu nell’autunno di quell’anno che si ufficializzò la cancellazione della parola Nord dal simbolo. Una scelta che andava ben al di là del semplice significato semantico. Il rischio di snaturare e indebolire l’identità di un movimento politico, addirittura di intaccare le basi di un’intera comunità politica com’è sempre stata la Lega, era molto alto.

Le conseguenze, a lungo andare, potevano essere potenzialmente nefaste: proprio qui in questo spazio libero del mio blog, ne avevo scritto a febbraio di quell’anno (leggerle a quasi dieci anni di distanza, fa un certo effetto). Per un breve periodo la sbornia elettorale e di consensi, davvero formidabile e sicuramente merito dell’impegno del Segretario Federale Matteo Salvini, ha oggettivamente nascosto alla nostra vista le conseguenze con cui oggi siamo costretti a fare i conti. Siamo un movimento politico che si sente orfano di un’identità: abbiamo archiviato la nostra, forse con troppa fretta, senza essere riusciti a costruirne un’altra altrettanto solida.

PER TUTTI BISOGNA CAMBIARE: MA COME?

Ed ecco allora che tutti si interrogano. Un cambio, un colpo di reni, una sterzata, oppure una “rivoluzione” per dirla alla Garavaglia. Nella Lega a molti pare assolutamente necessaria, per qualcuno un intervento ora sarebbe addirittura tardivo. La sensazione comune è che l’immobilismo, il tirare a campare fino alle politiche, travolgerebbe la Lega, presa in mezzo tra il consenso e l’apprezzamento della Meloni (quindi Fratelli d’Italia) e dell’arrembante Vannacci (Futuro Nazionale).

Si fa però in fretta a dire “cambiamo”, ma come? Si accendono le suggestioni, le speranze e le intenzioni di ritornare a quella che è sempre stata la Lega: un movimento politico radicato sul territorio, post-ideologico, trasversale per sua natura, spinto dall’azione degli amministratori locali, un concentrato di puro pragmatismo politico, una forza nata per difendere il proprio territorio.

Nessuna operazione nostalgia, piuttosto una ristrutturazione politica per creare la Lega del futuro. Un partito moderno, che si mette in gioco sulle enormi sfide del futuro: per parlare ai giovani, ai lavoratori, alle partite IVA e agli imprenditori.

È la soluzione lanciata da Zaia, che traccia anche una strada, un metodo: da mesi ripete il suo progetto di sdoppiare la Lega sul modello CSU bavarese e CDU, dove si tratteggerebbero due partiti autonomi. La CSU e la CDU tedesche sono legate unicamente da un accordo nel Bundestag, dove costituiscono un gruppo unico, oltre a un patto di desistenza locale. (Per chi volesse conoscere meglio la storia e il funzionamento del modello CDU e CSU, rimando a questo approfondimento, dove è tutto spiegato). Un modello che rende bene l’idea e la direzione su cui Zaia ipotizza di condurre la Lega di domani: il sindacato del territorio.

ABBIAMO UNA GRANDE FORZA DA CUI RIPARTIRE: I NOSTRI SINDACI

In una fase di oggettiva debolezza per la Lega, c’è una forza integra e non ancora ammaccata, diremmo un asset sano se stessimo parlando di un’azienda, che sarebbe un delitto disperdere: le centinaia di Sindaci (duecento solo in Lombardia) militanti della Lega, che ogni giorno lavorano per difendere le proprie comunità e marcare politicamente il loro territorio.

Sono Sindaci che sempre più spesso, talvolta a malincuore, si sono trovati costretti in questi ultimi anni a presentarsi sotto insegne civiche, pur da militanti della Lega. Perché un Sindaco, soprattutto nelle piccole realtà che sono la quasi totalità dei comuni, può difficilmente permettersi di stare all’estrema destra. Deve riuscire a interpretare un messaggio politico capace di sedurre elettorati magari di estrazione diversa, che però ne condividono l’efficacia amministrativa.

È in quella dimensione, molto territoriale, dove si può tornare a consolidare il nostro consenso politico, su un terreno dove abbiamo sempre dimostrato di avere pochi rivali. Dove abbiamo ancora un esercito di amministratori pronti, lucidi e capaci. Luca Zaia, che ha guidato il clamoroso successo di questo modello di Lega territoriale in Veneto, volata al 36,3% alle regionali, potrebbe sicuramente esserne il miglior alfiere e uomo immagine della ripartenza.

Questa possibilità ha però una data di scadenza molto evidente: le amministrative della primavera del 2027. Andranno al rinnovo oltre 1000 amministrazioni comunali; arrivarci senza cambiare nulla significherebbe perdere molti di questi sindaci. Sabotare anche l’ultimo asset funzionante del movimento.

SICUREZZA E IMMIGRAZIONE SARANNO SEMPRE DELLE PRIORITÀ

Puntare sui sindaci e su un movimento politico territoriale avrebbe pure un ulteriore aspetto positivo: parlare di sicurezza e immigrazione dalla privilegiata posizione di chi vive sul campo, e non nei palazzi. Sicurezza e immigrazione sono due temi nostri da sempre, perché se vuoi essere l’alfiere del tuo territorio, della tua comunità, non puoi esimerti dal difenderla, dal voler costruire un luogo in cui si possa vivere in maniera sicura, serena e felice.

Lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo. In maniera concreta, pragmatica, schierando i nostri sindaci e proponendo di dare loro magari più poteri. Senza invocare soluzioni facili ma concretamente irrealizzabili, tipo il lancio di paracadutisti contro gli scippatori e i maranza o carri armati per sparare nelle città che nemmeno Bava Beccaris. Inseguire la politica di slogan, sparate e parole ad effetto non è solo sbagliato, ma porterebbe la sfida sul terreno più congeniale al Generale. Lui lo sa bene, perché nell’enorme tempo libero che ha a disposizione un soldato senza guerre, due lezioni base di Sun Tzu o Carl von Clausewitz le avrà pure imparate: far scegliere agli altri il campo di battaglia sarebbe un grave errore. 

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Commenti

Una risposta a “Le Lega nel futuro: ripartire dai sindaci, non dagli slogan”

  1. Avatar Denise Voltolini
    Denise Voltolini

    Ciao Andrea, analisi ineccepibile, tra il resto noi siamo nati come sindacato del territorio, né di Dx né di Sx, questa virata a Dx ci ha reso una brutta copia di altri e solitamente, le persone preferiscono l’originale, non la copia, inoltre i principi di estrema Dx non ci appartengono. Inoltre i problemi del nord li abbiamo solo buttati sotto il tappeto, per anni non li abbiamo ignorati, ma non sono spariti. Temo che siamo però quasi fuori tempo massimo, quindi non basta un cambiamento, serve una rivoluzione, ha ragione Garavaglia. Abbiamo sufficienti soldati e generali per farla però???

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