Crisi tedesca, caro affitti, natalità a picco: perché la Lega deve tornare a interpretare il Nord, puntando su ZES, autonomia e federalismo, prima che sia tardi
Ho già avuto modo di parlare di questo inizio estate “frizzante” per la Lega, con il dibattito che ha riportato la questione settentrionale a conquistare le prime pagine dei giornali. Da qualche tempo il tema ha ritrovato vigore, dentro e fuori la Lega. Romeo, Fontana e Zaia stanno semplicemente rivendicando l’imporsi di una realtà che si fa ogni giorno più concreta: qui produciamo la maggior parte della ricchezza del Paese ma per qualcuno è come fossimo una minaccia da arginare, piuttosto che una opportunità, come se non fosse sacrosanto pretendere che questa locomotiva Nord sia libera di correre.
Da quando è diventato segretario della Lega Lombarda, nel dicembre 2024, Massimiliano Romeo lo va ripetendo a ogni occasione utile, rivolgendosi anche direttamente al segretario:
“Matteo, sono sempre stato leale con te, se non parliamo più del Nord, al Nord i voti non li prendiamo più”
Massimiliano Romeo – Dicembre 2024
Dopo quasi due anni sarebbe riduttivo derubricare tutto a un mugugno territoriale. Il Governo del resto non è rimasto fermo: in questo scampolo di estate sono finalmente arrivate anche le pre-intese sull’autonomia differenziata in Parlamento:
“sono il primo passo verso lo Stato Federale”
Massimiliano Romeo in Senato
ha subito chiarito il Segretario Romeo. Perché questi documenti hanno un senso solo se visti come una singola tappa di un percorso più ampio, che porti ad una vera e agognata riforma della costituzione in senso federale. Se così non si inquadrano, rischiano di trasformarsi nel solito rituale con cui Roma “compra del tempo”. E qui, dobbiamo rendercene conto, il tempo è sempre più scarso. Per questo dobbiamo dircelo chiaramente: quel copione stavolta non può bastare. La questione settentrionale non si sgonfia con un semplice titolo di giornale. Non sarà il solito mugugno che poi il lunedì torniamo tutti in bottega a lavorare, fatturare e pagare le tasse. Purtroppo le prospettive sono fosche, e la crisi del Nord rischierà di aggravarsi. Nelle prossime righe cercherò di spiegare il perché di questo mio pessimismo.
Culle vuote, un Nord che invecchia mentre lavora
Partiamo dal principio, da uno dei fondamentali per osservare il futuro di un popolo: la sua demografia. Qui arriva già il primo duro colpo, quello che raramente fa notizia, ma che peggiora giorno dopo giorno. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini. Il numero più basso dal dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, quando per tenere in piedi una popolazione ne servirebbero 2,1. E’ la prova che si sta smettendo di credere nel proprio futuro. E le regioni del Nord, quelle più ricche, quelle con più occupazione, sono anche quelle dove il costo della vita e della casa scoraggiano maggiormente la genitorialità. Non è un caso che la popolazione italiana regga solo grazie ai flussi migratori, con oltre 5,5 milioni di stranieri residenti concentrati soprattutto proprio nelle regioni settentrionali. Questo non può essere un modello sostenibile di sviluppo, anche perché questi flussi migratori non sono scevri da problemi. Qui arrivano i primi nodi nel pettine, quei nodi che a sinistra si preferisce non vedere: più immigrazione al Nord significa più pressione sui servizi sociali dei comuni. Asili, case popolari, mediazione culturale, sicurezza urbana: tutto pesa sui bilanci comunali di Lombardia, Veneto, Piemonte, mentre le culle restano vuote. Il risultato è una tensione sociale che cresce silenziosa nei quartieri, nelle scuole, nei pronto soccorso, e che una parte della politica nazionale continua a raccontare come se fosse un problema esclusivamente ideologico, e non anche un problema sociale reale, quotidiano, misurabile in euro e in conti che faticano a tornare, se non dopo drastici tagli.
Quando la Germania starnutisce, la Pianura Padana si becca la polmonite
Trasferiamoci per un attima a Wolfsburg, Bassa Sassonia, comune autonomo nel circondario di Helmstedt: quì ha sede uno dei più grandi complessi automobilistici al mondo, quello di Volkswagen. Ed è proprio da qui che iniziamo ad accorgerci che attorno al nostro collo si stringe una corda che potrebbe presto strangolarci. il Gruppo Volkswagen, tra i più grandi al mondo nel settore automotive, non è semplicemente alle prese con una fase congiunturale difficile: sta letteralmente franando. La Cina oggi produce batterie a costi così bassi che a Berlino non riescono nemmeno a stamparne il numero su un foglio Excel, perché se ne vergognerebbero troppo. La Cina controlla da sola oltre il 70-75% della catena del valore globale delle batterie, generando pure una sovracapacità produttiva che deprime ulteriormente i prezzi. E chi pagherà il conto salato di questa enorme scommessa persa sull’elettrico? Di sicuro non saranno solo gli operai di Wolfsburg. Già sappiamo che Ducati e Lamborghini verranno presto cedute, ma non sarà solo questo (eh magari!) il conto della crisi che dovrà pagare l’Italia.
Questo errore lo pagheranno sicuramente i centocinquanta fornitori piemontesi che vivono di ordini Volkswagen, così come le centinaia di aziende lombarde che producono cablaggi, componenti in plastica, sistemi di climatizzazione, tutti per il cliente teutonico che oggi annuncia drastici tagli e domani, quasi sicuramente, inizierà a chiuderà gli impianti.
Purtroppo il Nord industriale italiano ha una legame storico e tradizionale con la manifattura tedesca. Lo sapevano già i nostri bisnonni nei primi del ‘900, così come i nostri genitori hanno fatto fortuna negli anni ‘80 e ‘90 con la Germania. Per questo si dice che che quando la Germania starnutisce, la pianura padana si becca una bella polmonite. Peccato che questa volta appare molto di più di un banale raffreddore stagionale. È una crisi epocale e strutturale, crisi conclamata di un modello che ha inseguito l’ideologia verde più della realtà dei costi, e ora il conto arriva a tutti, picchiando sui denti di chi in quella filiera ci lavora. Il sistema industriale del Nord non sarà più lo stesso dopo questa crisi, ne uscirà certamente diverso, magari anche più forte e resiliente nel lungo periodo, ma nel breve la crisi picchierà duramente.

L’inevitabile transfer politico
Tutte queste conseguenze subiranno un prevedibile transfer sul piano politico. Guardiamo ancora la Germania: nella provincia di Helmstedt – Wolfsburg, da sempre contesa tra CDU e SPD, è l’AFD oggi ad essere accreditata di oltre il 30%, ovvero di gran lunga il primo partito. Una crescita enorme nell’ultimo anno, visto che solo nelle ultime politiche del 2025 ha raccolto il 22,1%. (+ 8,9%). L’avanzata dell’AFD nelle zone dell’ex DDR è addirittura impressionante, ormai secondo i sondaggi odierni raccoglie stabilmente la metà dei votanti, con le province del Sächsische Schweiz-Osterzgebirge e del Görlitz dove siamo addirittura al 60%. Alternative für Deutschland è un partito che è stato allontanato nel 2024 dal gruppo Europeo Identità e Democrazia (ID) per le sue posizioni filo naziste, oggi in Parlamento Europeo siede accanto a Futuro Nazionale di Vannacci. Anche se la mia impressione è che i continui tentativi di scioglimento e messa al bando dell’AFD, l’ultimo giusto in questi giorni, così come la campagna di demonizzazione della sinistra, non faccia altro che ingrossare il fenomeno. Le idee cattive si combattono con le idee buone, non con i tribunali.
C’è però un aspetto per noi interessante di questa crescita dell’estrema destra tedesca: la vittima principale dell’imperiosa ascesa dell’AFD non è la forza moderata di centro destra, ovvero la CDU/CSU, che al contrario tiene in molte aree del paese, piuttosto a soccombere sono le forze di sinistra. SPD e Verdi non riescono più a primeggiare praticamente in nessuna area della Germania, fatta eccezione per le città metropolitane, che varrebbero però un discorso a parte (anche in italia). Non possiamo prevedere cosa accadrà nello scenario politico italiano e del nord, ma l’esempio della Germania non può essere ignorato: alla crescita dell’ultra destra si accompagna la vittoria della forza di centro destra più moderata.
Un caro vita che al Nord schiaccia tutti
Ma non c’è solo una crisi della manifattura all’orizzonte. C’è un problema che ogni famiglia si trova in tavola tutti i giorni: un caro vita che è ancora più caro del resto d’Italia. I nuovi contratti di locazione nelle città del Nord sono saliti dell’8,1% in un anno. Chi rinnova un vecchio contratto si porta a casa aumenti che oscillano tra il 4% e l’8%, decine di euro al mese che si liquidano come “adeguamento”, ma che nella vita reale si traducono in “meno soldi per tutto il resto”. E il resto, intanto, costa di più: energia, spesa, mutuo per chi ce l’ha, il sogno di comprare casa per chi non ce l’ha ancora. Il paradosso è stridente: la regione che produce di più è quella dove è più difficile permettersi di vivere. Le imprese lombarde e venete non trovano manodopera non perché manchi voglia di lavorare, ma perché un operaio non riesce più a permettersi un monolocale vicino alla fabbrica in cui dovrebbe entrare alle sei del mattino. Per non parlare del comparto pubblico, dove i rigidi paletti dei contratti nazionali rendono impossibile trovare figure professionali specializzate: ragionieri, geometri, assistenti sociali, per i comuni del nord assumere qualcuno è diventato quasi impossibile. E nonostante questo scenario, ogni proposta di discutere di stipendi legati al costo della vita delle diverse aree del paese è respinta quasi con orrore. E come si pensa di risolvere questa conclamata ingiustizia? Lavoratori che compiono le stesse mansioni ma che, complice il più alto costo della vita, al Nord vengono pagati meno.

Una ZES del Nord: non chiediamo sussidi, vogliamo correre liberi
Ma al Nord per fortuna non manca la voglia di riscatto, ben lontani dall’idea di piagnucolare. Nessuno pensa di chiedere l’elemosina, si chiede una cosa in fondo banale: essere lasciati liberi di correre, con l’autonomia differenziata, con il federalismo e anche attraverso una Zona Economica Speciale.
Una ZES non è uno slogan: è un perimetro geografico dentro cui le imprese ottengono benefici reali: può essere un credito d’imposta sugli investimenti in macchinari e immobili, un taglio dell’imposta sui redditi per le aziende che avviano una nuova attività, ma soprattutto una sforbiciata secca alla burocrazia: un terzo in meno di tempo per le autorizzazioni ambientali ed edilizie, dimezzamento dei tempi quando servono più enti a dare il via libera, uno sportello digitale unico al posto della snervante gimkana tra Regione, Provincia e Ministero. In cambio l’azienda si impegna a restare nel territorio, senza spostarsi armi e bagagli all’estero.
Le ZES in Italia esistono già. Coprono Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, dal 1 gennaio 2024 riunite nella ZES Unica del Mezzogiorno. Otto regioni del Sud hanno agevolazioni fiscali e semplificazioni che in Lombardia, in Veneto, in Piemonte non esistono nemmeno sulla carta. Non è un caso che sia stato proprio Romeo, dai banchi del Senato, a chiedere pubblicamente al governo di estendere la ZES anche alla Lombardia, ricordando che da sola questa regione produce il 22% del PIL nazionale e che le imprese lombarde di confine, quelle che lavorano a un passo dalla Svizzera, competono ogni giorno con cantoni che offrono fiscalità più leggera e meno carta bollata. Non stiamo dunque chiedendo un privilegio nuovo per il Nord: stiamo chiedendo che uno strumento già esistente, già collaudato, già finanziato dallo Stato per otto regioni, venga riconosciuto anche a chi quello Stato lo tiene in piedi con le tasse. Non è un capriccio identitario. È pragmatismo: non facciamo girare al minimo un motore da 12 cilindri, perché se lo lasciamo accelerare ne beneficiamo tutti.
Se non si scioglie il nodo, il Nord esploderà
Questi sono problemi politici reali, concreti, buoni per costruirci due programmi elettorali, non uno, per i prossimi dieci anni. Perché se non ci si prende cura del Nord succede quello che sta già iniziando a succedere sottotraccia: le imprese guardano oltre confine, verso una Svizzera, un’Austria, o l’est Europa che offrono in un mese quello che qui non si ottiene in un anno di permessi. I giovani più formati se ne vanno, non perché non amino la propria terra, ma perché quella terra non offre loro né una casa a un prezzo onesto né la certezza di poter mettere su famiglia senza sacrificare tutto il resto. Le città si svuotano di quell’energia che le ha rese ricche, e magari rimaniamo con un esercito di immigrati poco formati e che accentuano disagi e problemi sociali e di sicurezza.
Se c’è ancora un territorio che produce e non vede il frutto di ciò che produce, questa frattura non potrà restare orfana politicamente: sta a noi tornare a rappresentare con convinzione e con forza questo elettorato. Senza abbandonare i temi della sicurezza e del contrasto all’immigrazione, sui cui abbiamo sempre lavorato per dare risposte concrete, pragmatiche, serie e attuabili. Senza nemmeno abbandonare l’idea di un partito nazionale, perché in ogni territorio italiano c’è lo spazio e la voglia di avere una forza politica che sia sindacato del proprio territorio, trovandosi poi uniti su tematiche di carattere generale e nazionale.


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