Regione Lombardia concede il patrocinio al Gay Pride. Scelta sbagliata e incomprensibile

Condividi articolo

DSC3422

A scanso di equivoci lo dico in premessa: credo che il Gay Pride abbia non solo diritto di esistere e di essere organizzato, ma ne riconosco pure una certa utilità; anzi credo sarebbe pure più efficace se riuscisse a superare del tutto le contaminazioni carnevalesche e quel format stile carri in maschera. Le discriminazioni di tipo sessuale sono particolarmente odiose, vanno combattute sempre e in maniera decisa. Senza contare poi che c’è sempre in ballo la libertà di manifestare, bene prezioso e da difendere; per questo sarei pronto persino a battermi perché un maschio adulto possa sfilare travestito da gallo cedrone e con il suo “pacco” bello in evidenza. Ecco, magari senza sbracare eccessivamente, ponendo da qualche parte, non troppo in alto, l’asticella del pudore.

Ma la libertà di manifestare, vivere la propria sessualità liberamente o le rivendicazioni di nuovi e futuri diritti alle coppie omosessuali, non hanno nulla a che vedere con la concessione di un patrocinio, come quello che ha inspiegabilmente concesso, per la seconda volta, il Consiglio Regionale della Lombardia. Chi confonde le cose crea inutile confusione, buona magari per farsi un po’ di pubblicità, ma negativa e deleteria per creare un clima favorevole al dialogo.

Il fatto poi che il voto decisivo sia venuto da un esponente leghista non sposta di una virgola i termini della questione, in nessuna particolare direzione, semmai rende ancora meno comprensibile una decisione che rimane sbagliata. Concedere il patrocinio al Gay Pride non è un segnale di emancipazione, né un simbolo per la difesa e la rivendicazione di un qualche particolare diritto. Decidere di farlo, per la seconda volta, è stato in fondo solo l’esercizio inutile di una vanità, utile ad assecondare una voglia di protagonismo a tutti i costi, oltre che un grossolano errore tecnico, prima ancora che politico.

Errore tecnico, perché sia chiaro che il patrocinio non è una roba che si concede a tutti, non è un riconoscimento dato un po’ così, come garba al momento, distribuito a pioggia perché “tanto non costa nulla”.

Non a caso per la sua concessione è necessario seguire le “Linee guida per la concessione di patrocini“, che all’art. 2 recitano così:

«Per iniziative e manifestazioni di “particolare interesse e rilievo regionale, qualificanti per le funzioni e le attività del Consiglio regionale” si intendono quelle che, in coerenza con i principi e le finalità del Titolo I dello Statuto d’autonomia della Lombardia:
– contribuiscono alla valorizzazione dell’azione regionale nelle materie di competenza legislativa del Consiglio regionale, in particolare nel campo culturale, scientifico, sociale, educativo, artistico, sportivo, ambientale ed economico, nell’ambito e a vantaggio della crescita e valorizzazione della società lombarda;
– concorrono alla valorizzazione e al recupero delle tradizioni e tipicità regionali e locali;
– realizzano finalità in linea con gli obiettivi e i compiti dell’amministrazione consiliare
regionale o concernenti materie o ambiti di specifico interesse della stessa.»

DSC_0036Difficile pensare che il nostro simpatico amico vestito da gallo cedrone, quello che fa ondeggiare il suo ”pacco” volutamente costretto nella mutanda di lanetta, possa “contribuire alla valorizzazione dell’azione regionale”, né tantomeno ci risulta possa concorrere alla valorizzazione e al recupero delle tradizioni e tipicità regionali. E con un certo grado di certezza credo pure che tutto ciò non rientri tra le finalità e gli obiettivi con cui questa maggioranza si è presentata ai suoi elettori.

Facciamola ancora più semplice: la “Milano Pride” (versione locale del Gay Pride) si può organizzare benissimo senza il patrocinio di Regione Lombardia, come del resto si organizzano centinaia di feste nella nostra regione, tutte più o meno degne del nostro rispetto, ammirazione ed interesse, ma non tutte hanno il diritto di fregiarsi con i loghi ufficiali di Regione Lombardia. Perché la Regione Lombardia è di tutti, e magari non proprio tutti si sentono rappresentati da un maschio adulto che decide di sfilare per le strade di Milano con le piume in testa e lo slippino attillato. Non vi pare?

Risibili e tutt’altro che solide le giustificazioni di chi ha votato a favore:

«é un evento organizzato da cittadini che reclamano dei diritti. Cittadini lombardi, come tutti gli altri, per i quali le istituzioni non possono voltare la testa dall’altra parte»

Queste sono le parole del vice Presidente Fabrizio Cecchetti, per me francamente poco comprensibili. Perché non è affatto vero che sia sufficiente essere cittadini lombardi ed organizzare un evento per aver diritto automaticamente al patrocinio; fosse così il patrocinio sarebbe un istituto praticamente inutile o perlomeno svalutato. E se davvero si ragionasse così, apriti cielo! Saremmo costretti a concedere il patrocinio di Regione Lombardia ad ogni raduno o manifestazione, anche dei più sciroccati, basta che siano “cittadini lombardi come tutti gli altri”.

Non è così, ed infatti l’ufficio di presidenza il patrocinio non lo concede a tutti i cittadini lombardi che ne facciano richiesta, visto che giusto l’anno scorso fu negato alla partita benefica “un calcio alla pedofilia”, considerata evidentemente non in linea con le finalità, gli obiettivi e i principi di Regione Lombardia.

Le battaglie per rivendicare diritti sono sacrosante, utilizzare e coinvolgere le istituzioni è però a mio modo di vedere sbagliato. Se davvero si voleva lanciare un messaggio di sostegno forte e simbolico meglio sarebbe stato presentarsi in prima fila alla sfilata, con la propria faccia, con la presenza fisica a dare sostegno e testimonianza. Questi sono gli strumenti utili alla lotto politica, non i patrocini istituzionali, che al contrario dovrebbero stare ben lontani da ogni contrapposizione di tipo politico.